LE MULTINAZIONALE CHE CONTROLLANO L’AGRICOLTURA

il: 20 giugno 2014

“La concentrazione di potere delle corporation e la privatizzazione della ricerca devono essere discusse come temi fondamentali per trovare soluzioni al problema di cosa ci alimenterà”, ha affermato Kathy Jo Wetter, coordinatrice della ricerca degli USA, sottolineando una delle principali   “falsità” sostenute dell’agrobusiness: “É una grande menzogna che questo modello agroindustriale possa lottare contro la fame nel mondo”. E ha sottolineato la necessità di finirla con gli oligopoli e rafforzare un altro modello.

Il Gruppo ETC è un riferimento negli studi sulle corporation dell’agrobusiness. Con tre decenni di lavoro e uffici in Canadá, USA e México, diffonde periodicamente articoli relativi ai 5 continenti, basandosi sullo  scambio di informazioni ufficiali di governi e imprese.  “Semi, suoli e contadini. Chi controlla gli input agricoli?” E’ il titolo del rapporto che riassume la situazione attuale delle multinazionali dell’agrobusiness.

Il rapporto dice che tre imprese controllano più della metà (53%) del mercato mondiale dei semi. Si tratta di Monsanto (26%), DuPont Pioneer (18,2%) e Syngenta (9,2%). Le tre imprese hanno un fatturato di 18 miliardi di dollari all’anno. Tra il quarto e il decimo posto compaiono la compagnia  Vilmorin (del gruppo francese Limagrain), Winfield, le tedesche KWS, Bayer, Dow AgroSciences e le giapponesi Sakata e Takii.

Il rapporto segnala che le grandi corporation hanno già comprato la maggior parte delle altre imprese che fornivano semi nei propri paesi di origine. Sottolinea che la nuova strategia è acquisire e stabilire partenariati con imprese di India, Afria e America Latina. Cita, come esempio, il caso della statunitense Arcadia Biosciences e dell’argentina Bioceres.

Il Gruppo ETC avverte che il cartello dei produttori di semi promuove la privatizzazione delle sementi per “una più rigorosa protezione della proprietà intellettuale”, e per scoraggiare la pratica – tanto antica quanto la stessa agricoltura – di conservare una parte dei semi del raccolto da utililizzare nella successiva semina.

Il quadro legale favorito da agrobuisness e governi si chiama  UPOV 91 (Unione Internazionale per la Protezione dei Prodotti Vegetali) che proibisce lo scambio di varietà di prodotti tra gli agricoltori.

Agrotossici

L’industria di prodotti chimici per l’agricoltura è anch’essa in poche mani. Dieci imprese controllano il 95% del settore. Syngenta (23% di partecipazione nel mercato e 10 miliardi di fatturazione annua), la Bayer  CropScience (17% e 7,5 miliardi), la BASF (12% e 5,4 miliardi di dollari), la Dow AgroSciences (9,6% e 4,2 miliardi di dollari) e Monsanto (7,4% e 3,2 miliardi di dollari all’anno).

Tra il sesto e il decimo posto stanno la DuPont, Makhteshim (comprata dalla cinese Agroquímicos Empresa),l’australiana Nufarm e le giapponese Sumitomo Chemical e Arysta LifeScience. Le dieci imprese hanno un fatturato di 41 miliardi all’anno.

Il rapporto descrive la crescita esponenziale di agrotossici nei paesi del sud. Gli autori discutono l’aumento dell’esposizione a prodotti chimici e gli impatti di questo sulla salute pubblica.

“L’oligopolio ha invaso tutto il sistema alimentare”, ha sintetizzato Kathy Jo Wetter, dell’ufficio del Grupo ETC negli USA, e ha sostenuto che si devono “creare regolamenti nazionali in materia di concorrenza e stabilire misure che difendano la sicurezza alimentare globale”.

Kathy Jo Wetter ha criticato il discorso degli imprenditori che promettono di mettere fine alla fame con l’attuale modello agricolo: “è una grande bugia dire che intensificando la produzione industriale con le tecnologie del Nord (sementi transgeniche, agrotossici e genetica animale) promosse dalle corporation, la popolazione mondiale avrà cibo per sopravvivere”.

 

Fertilizzanti

In relazione ai fertilizzanti, dieci imprese controllano il 41% del mercato e hanno un fatturato di 65 miliardi di dollari.  Si tratta delle imprese Yara (6,4%), Agrium Inc (6,3), Mosaic (6.2), PotashCorp (5.4), CF Industries (3.8), Sinofert Holdings (3,6), K+S Group (2,7), Israel Chemicals (2,4), Uralkali (2.2) e Bunge Ltd (2%).

Il Gruppo ETC ha anche analizzato l’industria farmaceutica animale: sette imprese controllano il 72% del mercato globale. Quanto al settore industriale della genetica animale, quattro imprese gestiscono il 97% delle ricerche e dei progressi relativi agli uccelli (polli da ingrassare, galline ovaiole e tacchini).

Silvia Ribeiro, direttrice per l’America Latina del Gruppo  ETC, ha sottolineato la necessità di un altro modello agricolo: “La rete contadina di produzione di alimenti è ampiamente ignorata o invisibile per chi formula le politiche che trattano le questioni relative all’alimentazione, all’agricoltura e alla crisi climatica. Questo deve cambiare;  gli agricoltori sono gli unici che hanno realmente la capacità e la volontà di alimentare chi soffre la fame”.

 

Per ridurre la concentrazione

Il Gruppo ETC avverte che la concentrazione del mercato degli alimenti ha generato una grande vulnerabilità nel sistema alimentare globale. “E’ ora di rispolverare i regolamenti nazionali in materia di concorrenza e cominciare a prendere in considerazione misure internazionali per garantire la sicurezza alimentare mondiale”, chiede il rapporto.

Raccomanda che, rispetto all’alimentazione, e all’agricoltura in genere, il livello di concentrazione di 4 imprese non deve superare la quota del 25% del mercato e una singola impresa non deve controllarne più del 10%. Propone di proibire a qualsiasi impresa la vendita di semi la cui produttività dipenda da agrotossici della stessa impresa.

Raccomanda ai governi di realizzare politiche di concorrenza che includano serie norme antitrust, combinate con azioni concrete per proteggere i piccoli produttori e i consumatori. Sollecita la Commissione per la Sicurezza Alimentare dell’ONU a valutare seriamente le capacità del modello industriale (agrobusiness) e a rafforzare con misure concrete la rete degli alimenti prodotti dai contadini, “per garantire con successo la sicurezza alimentare”.

di  Darío Aranda, (pagina 12, Buenos aires, 10/6/ 2014)