Cúcuta, la città colombiana in cui arrivano migliaia di venezuelani stremati dalla crisi

il: 3 marzo 2018

La crisi politica che dilania il Venezuela in questo momento storico, spinge i propri cittadini a varcare i confini verso un futuro incerto, armati solo di qualche effetto personale in valigia, la voglia e la speranza di trovare un luogo dove poter progettare un futuro migliore.

Non possiamo tornare indietro, e nemmeno restare qui”, questa è l’opinione di Hernandez, venezuelana, arrivata insieme alla figlia di due anni e al marito; uno dei tanti venezuelani fuggiti a Cúcuta, dove la lotta per restare in Colombia sembra più accettabile che la fame e le ingiurie che sono costretti a subire nella loro patria.

Il Venezuela sta attraversando una grave crisi politica ed economica. I legislatori dell’opposizione sostengono che l’anno scorso l’inflazione abbia superato il 2600 per cento, aggravando la carestia di alimenti e medicine.

Il governo venezuelano è costituito attualmente da un’ Assemblea Nazionale Costituente composta dagli alleati del presidente Nicolas Maduro. Il congresso si è fatto da parte, mentre il Tribunal Supremo de Justicia (Tribunale Supremo della Giustizia) è occupato da giudici fedeli a Maduro e la Guardia Nazionale Venezuelana che ha ricevuto ordine di avere la mano pesante su qualsiasi azione di protesta.

Il presidente Maduro convoca le elezioni presidenziali ad aprile, nonostante i paesi confinanti ne abbiano consigliato la sospensione a causa del gran numero di oppositori politici sospesi o costretti a fuggire dal paese.

Mentre l’autoritarismo cresce in un paese ricco di petrolio, molti dei suoi cittadini fuggono attribuendo la causa alla crisi economica e alla crescente criminalità. Secondo le autorità colombiane negli ultimi sei mesi del 2017, si è registrato l’arrivo di 210.000 venezuelani e sono in aumento il numero di migranti che scappano dalla crisi in altre nazioni.

In Brasile l’arrivo dei venezuelani ha colmato le città e i paesini del stato di Roraima, confinante con il Venezuela. Alla fine dell’anno scorso si è stimato l’arrivo di circa 40.000 venezuelani stabiliti nella sua capitale, Boa Vista, richiedendo una maggiore efficienza da parte delle infrastrutture pubbliche e il sistema sanitario. La tassa per attraversare la frontiera è salita notevolmente quest’anno, motivo per il quale l’esercito brasiliano ha aumentato il personale addetto.

L’ Esercito è appunto di imbastire un ospedale da campo a Roraima in maniera da poter prestare le cure di base agli immigrati in arrivo, molti dei quali giungono denutriti.

Nonostante questo, gli enti locali hanno avuto difficili discussioni con le contraparti federali sull’impiego degli aiuti, in quanto ritengono che offrire assistenza umanitaria potrebbe diventare motivo di attrazione verso Roraima, incitando l’arrivo dei migranti.

La maggior parte di coloro che giungono in Colombia lo fanno attraversando il ponte Simon Bolivar, appena fuori Cúcuta, dove le autorità locali dichiarano che arrivano circa 30.000 persone al giorno. Qualcuno compra riso e pasta da portare a casa loro, ma molti altri, con solo una valigia, hanno in programma di restare e poter costruire un nuovo inizio.

Venezuela aveva tutto quello di cui c’era bisogno”, ha detto Dominguez. “Ma dobbiamo andare avanti”.

Dominguez, originaria dell’isola Margarita, sulla costa a nord dei caraibi di Venezuela, è riuscita a risparmiare a sufficienza per pagare il suo passaporto e i biglietti dell’autobus, ma la stessa fortuna non è riservata a molti altri venezuelani.

Senza passaporto nè diritto al lavoro, migliaia di venezuelani che avevano un buon lavoro in terra propria, sono ora costretti a mendicare per cibo e soldi assaporsulle strade di Cúcuta, in cui può esistere una possibilità di impiego, a volte nel settore della costruzione o vendendo dolci ai semafori, la paga però, è sempre bassa.

Se è una buona giornata si può arrivare a guadagnare circa 15.000 pesos colombiani, che corrispondono a circa 5 dollari, soldi che bastano per il cibo e per usufruire dei bagni nelle caffetterie, quasi mai avanza qualcosa.

Ho venduto i miei capelli per sfamare mia figlia”, racconta Hernandez, che ci racconta che chi fa parrucche cammina per le piazze di 

cuta, dove sono soliti riunirsi i venezuelani, con un cartello che specifica che la paga in contanti.

Qui la tariffa per i capelli delle donne è di 30.000 pesos, circa 10 dollari, meno di un terzo diq uello che viene pagato a Bogotà.

L’accoglienza da parte dei residenti non è stata quello che certo si definisce calorosa.

Qualcuno racconta che il personale dei panifici a fine giornata preferisce gettare gli avanzi nei rifiuti, piuttosto che darli alle migliaia di persone affamate che dormono sui marciapiedi della città.

Freddy Muñoz, di trent’anni, che contrabanda lattine di tonno per le strade della città, racconta: “gli autisti non si fermano quando attraverso la strada” mentre ci mostra qualche livido. “Tornatene al tuo paese veneco (un insulto particolare rivolto ai venezuelani”gli gridano.

Una sera, ci racconta, è stato rapinato da due colombiani, “lo so perché ho riconosciuto il loro accento, per fortuna si sono portati via solo i miei soldi e non il tonno”.

Spesso Hernandez dipende dai residenti per poter dare da mangiare a sua figlia, anche se non sempre sono caritatevoli.

Se non ho soldi per il bagno, non mi resta che andare in strada, ed è in quel momento che sento i commenti più crudeli”.

I poliziotti incaricati di sloggiare i senza tetto che occupano gli spazi pubblici, dichiarano che la maggior parte degli arrestati per criminalità sulle strade sono venezuelani.

Dal gennaio dell’anno scorso sono stati arresti 1869 cittadini venezuelani per delitti commessi in Colombia.

Poco tempo fa le autorità hanno fatto una retata in un campo da calcio, chiamato sarcasticamente “Hotel Caracas”, allestito come rifugio improvvisato per circa 900 venezuelani. A seguito circa 200 migranti senza passaporto sono stati rimpatriati, secondo il governo.

I residenti lottano per un controllo sull’arrivo di stranieri.

Il presidente colombiano, Juan Manuel Santos, insieme al ministro delle Relazioni Internazionali, il ministro della Difesa e quello degli Interni, agli inizi di febbraio si sono recati a Cucuta per incontrare i sindaci e discutere sui mezzi per gestire la situazione. “Colombia non aveva mai vissuto una situazione simile, stiamo affrontando qualcosa che non abbiamo mai vissuto prima”. Dichiara Santos.

Il mandatario colombiano ha annunciato una serie di misure da mettere in pratica per affrontare la crisi, che includono un intervento di forze speciali per sloggiare la gente dalle strade pubbliche, insieme ad una promessa di aiuto e un controllo alla frontiera più severo.

Tutti coloro a cui non è stato timbrato il passaporto sono a rischio rimpatrio, secondo il piano stipulato dal governo colombiano. Anche Hernadez suo marito e sua figlia. Qualche notte fa Hernandez ha cullato sua figlia sopra una panchina, cercando di farla riposare almeno un poco, mentre suo marito ha camminato parecchio per arrivare ad un casinò aperto per rimediare un po’ d’acqua.

Vogliamo andare avanti”ci dice”ma non ci è rimasto più nulla”.

https://www.nytimes.com/es/2018/02/19/cucuta-colombia-venezuela-cabello/?emc=eta1-es