LEADER COMUNITARI, SOCIALI E AMBIENTALI SONO UCCISI IN COLOMBIA

il: 2 maggio 2018

Un leader ucciso ogni due giorni, è questo il bilancio di un anno pericoloso che è costato la vita a 173 leader ambientali, indigeni e sociali in Colombia nel 2017. E per quest’anno il numero di vittime ha già superato il numero di 29. Quest’informazione è presa dall’ultima relazione “Omicidi di difensori e difensore di pace: una strage che non si ferma”dell’Istituto per la Sviluppo e la Pace (Indepaz) pubblicato nel gennaio 2018. A questo bilancio vanno sommati i risultati dell’ultima pubblicazione dell’organizzazione britannica Global Witness, che afferma che la Colombia è il secondo paese più pericoloso dell’America Latina per i difensori della vita e dell’ambiente.

Il rapporto parla di 116 attivisti ambientali uccisi in America del Sud di cui 32 hanno perso la vita in Colombia.

Le cifre di Indepaz alludono agli omicidi dei difensori della pace, ma ancora non sono stati definiti quanti di loro sono morti effettivamente per attività politiche nella difesa dell’ambiente e dei territori. Quello che è stato invece precisato è che sono in aumento gli omicidi dei leader indigeni, contadini e afrodiscendenti, oltre al fatto, secondo la relazione,  che“è evidente che i leader e le leader uccisi intraprendevano all’interno delle loro comunità o organizzazioni, diverse azioni di rivendicazione dei diritti in difesa dei territori e dell’ambiente, promozione della riorganizzazione a livello comunitario, la richiesta e restituzione delle terre, erano legati al processo di pace e sviluppavano azioni di opposizione a progetti di miniere”.

 Gli ultimi casi nel paese

Uno degli episodi di violenza più recenti è stato lo scorso 2 febbraio in una zona limitrofa del dipartimento di Risaralda e Chocó, nella frazione di Santa Cecilia, nel comune di Puerto Rico. Secondo la Difensora del Popolo Risaralda,  Elsa Gladys Cifuentes, quel giorno la leader afrodiscendete  Yolanda Maturana Bonilla è stata uccisa da diversi uomini incapucciati dentro casa sua. La leader ambientale lavorava su un progetto di innovazione e preservazione delle comunità, a detta di coloro che la conoscevano, e svolgeva un ruolo chiave nella difesa del suo territorio di fronte alla minaccia di perdita della biodiversità.

Erika Nadachowski, esperta della Corporazione Autonoma Regionale di Risaralda (CARDER), conosceva molto bene Yolanda Maturana. Entrambe lavoravano insieme al progetto per il riconosciemento  dell’area protetta dell’Alto Amurrupà, per questo la morte di questa leader ambientale l’ha colta di sorpresa.

Le prime indagini, secondo le dichiarazioni di Jorge Mario Trejos, direttore distrettuale della Procura, si afferma che Maturana è stata uccisa perché non rivelasse il nome del responsabile di un omicidio accaduto nella zona, un’informazione che a quanto sembra la leader possedeva.

Un altro caso recente è quello di  Temístocles Machado, un leader indigeno ucciso a colpi di pistola il 27 gennaio scorso.

O come il caso del leader Hector William Mina, afrodiscendente ucciso nel nord del Cauca nel 2017, un omicidio correlato alle attività di miniere illegali, che si opponeva alle attività mineraria in grande scala.

Machado viveva nel distretto di Buenaventura, nel dipartimento della Valle del Cauca, una zona del paese stremata dalla violenza dei gruppi criminali (conosciuti come Bacrim) coinvolti nel narcotraffico. Durante quattro decenni questo leader sociale si è battuto contro l’accaparramento delle terre nella sua comunità per lo sviluppo di progetti infrastrutturali di Buenaventura, uno di questi, l’ampliamento del porto.

È da più di un anno che la morte di leader sociali e ambientali è divenuta una notizia ricorrente nei media colombiani, in alcuni casi si riporta anche più di un omicidio al giorno.

Il giorno in cui è stato ucciso Temístocles Machado a Buenaventura, l’Organizzazione Indigena della Colombia (ONIC) ha denunciato la morte della guardia Eleazar Tequia Bitucay nella comunità  Emberá Katio, sulla via che collega  Quibdó Chocó a Medellin Antioquia. Attingendo alle dichiarazioni della Autorità Indigene dell’Associazione di Cabildos Indigeni Embera (ASOREWA), “la guardia è stata uccisa da un membro dell’esercito nazionale dela battaglione  Batallón Alfonso Manosalva Flórez.

Una settimana prima dell’uccisione di Machado e Tequia, è stata registrata anche la morte di due dirigenti Batoy nel comune di Tame, nel dipartimento Arauca, registrati come “falsos positivos”, il nome che viene dato alla morte di innocenti facendoli passare come delinquenti, secondo le dichiarazioni di Luisa Fernando Arias, Massimo Consigliere ONIC.

Il Generale Maggiore Ricardo Gomez Nieto, Comandante Generale dell’Esercito Nazionale della Colombia dichiara che “le morti dei leader indigeni sono avvenute in circostanze complesse che hanno incluso azioni contro il personale militare”.

Aida Quilcué, Consigliera per i Diritti Umani ONIC, afferma che  “l’esercito cercherà sempre di giustificare le morti. Sempre li dichiarano come errori, cercando di sminuire i fatti”. Le dichiarazioni sono spesso contrastanti, sono le autorità giudiziarie che devono cercare di individuare i veri responsabili. Di fronte alla situazione corrente in Chocò, la ONIC ha fatto ricorso al Sistema di Allerta Precoce (SAT) per la Difesa del Popolo – un’unità incaricata di segnalare le situazioni di rischio causati dal conflitto armato interno –  per denunciare i gravi accaduti.

L’ autorità è accorsa al dipartimento del Chocò per constatare le denunce della comunità, Carolos Alfonso Negret, Difensore del Popolo è stato al comune di  Boyacá per ascoltare la versione delle popolazioni locali. Dopo la visita Nagret si è rivolta al Governo Nazionale il 26 gennaio denunciando gli abusi da parte delle ELN sulle comunità. Il gruppo guerrigliero, secondo le sue dichiarazioni, continua a segnare confini e reclutare e così la pace non sarà mai possibile. Le popolazioni del Chocò chiedono alle ELN di cessare gli atti di violenza nei confronti delle comunità.

Reclutamento di minori indigeni e bambini afrodiscendenti figurano ancora sulle liste di denuncia fatte dal funzionario pubblico.

La situazione non è grave solo nel dipartimento del Choco. Le comunità della frazione di  San José de Uré, nel distretto di  Córdoba, e altre zone del paese, stanno lasciando i propri territori a causa della paura scaturita da una cifra così alta di omicidi, secondo l’Agenzia ONU  per i Rifugiati (ACNUR). La stessa si dichiara preoccupata per lo sgombero forzato di terre interno che è incrementato nella ultime settimane rispetto al 2017. Solo nel mese di gennaio del 2018 più di 1000 persone sono state costrette a sgombrare dalle loro terre, rispetto al gennaio del 2017 che ne contava 230.

L’ agenzia ONU per i rifugiati allerta anche sulla grave situazione di rischio a cui sono sottoposte le popolazioni che risiedono nelle zone in controversia tra gli attori armati illegali come l’Autodefensas Gaitanistas della Colombia, le ELN e i dissidenti delle FARC, tenendo conto che “le comunità sono sottoposte, non solo allo sgombero forzato delle terre, ma molte volte sono confinate nei propri territori, restando senza accesso a mezzi di sissistenza.

 Perché li stanno uccidendo?

Luis Carlos Villegas, Ministro della Difesa colombiano, afferma che, anche se alcuni omicidi possono essere attribuiti alle ELN e le FARC, “gli altri sono il frutto di lotte di confine, problemi intrafamiliari e rivendicazioni per affitti illeciti.

Dichiarazione che hanno generato controversia all’interno del Paese, sopratutto dopo che Villegas ha dichiarato che non c’è un incremento effettivo degli omicidi, ma che i numeri sono frutto di un controllo maggiore sul fenomeno al giorno d’oggi nel paese.

Il presidente Santos si è esposto anche lui sul tema e dichiara che “ci sono vittime di diverso tipo e l’omicidio, nella maggior parte dei casi, ha a che fare con bande criminali e che non si può dire che, arrivati a questo punto, ci sia un padrone o una politica sistematica riguardo all’informazione in possesso della Procura.”

A questa dichiarazione Espitia di Indepaz risponde dicendo che al governo non conviene accettare il fatto che gli omicidi fanno capo a qualcuno, perché questo implica una responsabilità del governo in tutti i sensi: politica, giudiziale, la negazione è una pratica ricorrente per venir meno a queste responsabilità.

Noralba Zapata, diretticre esucutiva dell’Associazione dei Comuni del nord del Cauca (AMUNOCORCA), afferma che con la dissolvenza delle FARC come gruppo armato, altri gruppi approffittano per prendere il controllo sul territorio, come le ELN, le bande criminali che si dedicano al narcotraffico e i delinquenti comuni.

L’Unità nazionale di protezione, un’entità statale incaricata alla salvarguardia delle persone a rischio, è già al corrente della situazione, ma non si sono presi i provvedimenti e l’attrezzatura necessaria al fine che la squadra possa svolgere il suo compito.

Nel 2017 sono stati uccisi in Colombia 173 leader sociali, secondo Indepaz, e i dipartimenti più colpiti sono stati il Cauca (34), Nariño (28), Antioquía  (23), Valle del Cauca  (14), Chocó (12), Meta (10) y Córdoba (9). L’ultima relazione di questa organizzazione realizzata insieme alla Fondazione Politica Tedesca Henrich Boll, illustra che “il processo di pace ha riorganizzato il potere, dei territori” e che attualmente “vengono presentati mandati per circondare questi territori (legali ed illegali)”. Gli studi inoltre dimostrano che vi sono azioni di violenza attorno alle economie di guerra, della coltivazioni di coca, delle strade del narcotraffico, della miniera illegale e altri elementi del potere politico, tutti questi fattori sono collegati alla morte dei leader del paese.