e su di noi
Mi ricordo qualche anno fa in Bolivia, ad una “cumbre” internazionale delle comunità di base per l’acqua pubblica, avevo conosciuto una giovane donna, una rappresentante dei pescatori del Venezuela: ‘Da quando c’è Chavez abbiamo la scuola, le fogne, mangiamo. Con il compagno Chavez, abbiamo una voce’.
E mentre raccontava – un sorriso enorme – gli occhi erano brillanti, felici. Si sentiva onorata di poter rappresentare il Venezuela in uno spazio dove comunità, popoli ed organizzazioni dell’America latina si incontravano per poter alzare la testa dal giogo del neocolonialismo, opponendo la propria capacità di resistenza, auto organizzazione e opposizione al turbo capitalismo.
Noi guardavamo con sospetto quell’amore fanatico per un Jefe letteralmente idolatrato, almeno da una parte dei venezuelani. Stavamo vivendo nella Bolivia di Evo Morales, appena eletto (primo presidente indigeno), da una parte salutato nella stessa maniera entusiastica di parte dei venezuelani, dalla popolazione Aymara e dalle organizzazioni di cocaleros di cui era rappresentante; dall’altra però, la Coordinadora del Agua y La VIda di Cochabamba che aveva appena realizzato una delle prime opposizioni vittoriose al FMI e alle multinazionali statunitensi con la Guerra dell’acqua (siamo agli inizi del 2000), prevedevano una rivoluzione radicale della società, nazionalizzaizoni vere, beni comuni universali, rottura totale con dinamiche di sfruttamento delle risorse e delle persone. E Morales – così come Chavez e Maduro – sono inciampati ad un certo punto nel caudillismo e nell’egotismo dell’uomo solo al potere.
Noi avevamo una visione intellettuale ed occidentale, ma abbiamo presto capito come il sentimento di chi lottava da centinaia di anni per l’autodeterminazione, avesse una dignità verso cui noi dovevamo solo stare zitti e metterci di lato.
Il sorriso di quella pescatrice era quello della rivoluzione bolivariana che stava attraversando tutto il Continente, e che ancora ha le sue evoluzioni in Paesi come messico e Colombia.
Stiamo cadendo – qui in Italia come in tanto Occidente – nel trappolone di trump e delle destre, che vorrebbero trascinarci nella semplificazione del “però maduro era dittatore”. Che detto da un Presidente golpista, omofobo, razzista e che no prende i giusti psicofarmaci, dovrebbe far ridere i polli, e invece così non è.
In Venezuela si sta male, prima di Chavez probabilmente si stava peggio, e dell’embargo pluridecennale degli Usa non mi pare si parli più che tanto.
In ogni caso, in tutto il Venezuela sono tante le marce a sostegno del governo chavista: i quartieri più popolari scendono in piazza, così come le organizzazioni contadine: la voce di milioni di persone che come la nostra pescatrice conosciuta in Bolivia, prima di Chavez semplicemente non esisteva.
Chavez ha costruito scuole, infrastrutture, acqua potabile, medici e cibo nei barrios più poveri. Non è stata una trasformazione così profonda e all’altezza della aspettative rivoluzionarie? piò essere, ma chi siamo noi per insegnare la lotta alla diseguaglianza, visto che ci stiamo vendendo il welfare a pezzi..?
Maduro non ci piace, diciamolo: difficile prendere il posto di Chavez, quasi un semidio quando morì anzitempo. In ogni caso, fra crisi economiche e sociali devastanti, non è stato un jefe de Estado difendibile ( nostro giudicio personale). Ma quel “estado” che prima di Chavez semplicemente non c’era, è ormai diventato una realtà per tanta parte del Paese.
La cattura di Maduro è un atto violento, illegale, un sequestro in piena regola, ma per i venezuelani e le venezuelane che ancora credono nella rivoluzione bolivariana, è stato
un attacco non solo al proprio presidente, ma ad una visione e ad una lotta storica per la sopravvivenza e la giustizia.
Abbiamo poi ascoltato in questi giorni quella specie di snobismo o di superiorità con cui si etichetta la società venezuelana in scacco di gruppi armati, senza la libertà di andare per le strade, poverissima e senza speranza. Cero, in parte è vero, ma è come dire che le regioni italiane in mano alla mafia non hanno nè vita, nè resistenza, né futuro (e con questo, speriamo che Trump non voglia venire a salvarci). Ma facciamo un passo indietro: i colectivos nascono come auto difesa dei barrios più difficili, forme di auto organizzazione comunitaria. Sono parte di quelle dimensioni complesse dei Paesi dell’America latina che appunto, non possono essere sdoganati con un occhio eurocentrico.
Dall’altra, chi plaude al rapimento di Maduro sono gli appartenenti alle classi abbienti, che hanno subito da Chavez la rottura di un ordine che dal potere dei latifondi in giù, non era mai stato messo in discussione. Spesso abbiamo incontrato in giro per il Continente Desaparecido, ricche signore venezuelane che erano dovute scappare con la famiglia , abbandonare tutto, per la violenza chavista contro la loro classe. Sono disperazioni e tragedie che hanno una storia infinita alle spalle, e che forse sono metafora del mondo intero, e delle sue ingiustizie.
Ricordo un discorso di Morales al tempo, che parlava di “facce da indigeni, di negri, di meticci, dei nuoviGoverni dell’America latina”: anche Hugo Chavez e la sua faccia offendevano in qualche maniera i “blancoidi” che da sempre, con la sicumera dei discendenti dei colonizzatori, vivevano intrisi da un razzismo così insit nelle loro vene e nella loro cultura, da non riuscire più a distinguerlo.
Smettiamola dunque tutti di prendere parte alla vicenda venezuelana con le categorie della semplificazione, prendiamoci tutta la lezione che viene da quel Paese ricco e coraggioso e facciamoci mettere in difficoltà dalla scomodità della sua Storia – che ci mette necessariamente in discussione – per, soprattutto, cercare di stare noi, dalla parte giusta di un Tempo che continua ad offrire crinali pericolosi, ma forse anche occasioni irripetibili di cambiamento.

