Malgrado l’11 ottobre sia stata la giornata internazionale contro il fracking (la ricerca di gas e petrolio attraverso la “fratturazione idraulica”) pochi giorni fa il governo Boliviano diretto dal neoliberista Rodrigo Paz Pereira ha inaugurato, senza alcuna normativa specifica o studio ambientale, come se fosse un qualsiasi pozzo per gli idrocarburi, il primo pozzo pilota di fracking nel dipartimento di Santa Cruz, dove il presidente ultraconservatore JP Velasco ha addirittura presentato una legge per facilitare il progetto.
Malgrado la spinta in avanti e la suggestione di scoprire un nuovo Vaca Morta (il mega giagicimento di Gas a pieno regime in Argentina) la resistenza del movimento boliviano contro il fracking, una rete eterogenea di resistenza sociale nata a metà degli anni 2010 per fermare i tentativi statali e privati di estrarre idrocarburi non convenzionali, non si è fatta attendere. La coalizione unisce comunità indigene (in particolare i popoli Guaraní), ONG ambientaliste e collettivi studenteschi e scientifici sotto la sigla formale di Movimiento Antifracking en Bolivia. La mobilitazione è cresciuta in risposta ai piani del governo e della compagnia energetica statale YPFB, che in passato hanno siglato accordi (ad esempio con l’azienda canadese Cancambria) per esplorare e sfruttare i giacimenti di gas da scisto (shale gas) nell’area di Miraflores, nel comune di Macharetí (regione del Gran Chaco).
La tecnica del fracking richiede milioni di litri d’acqua miscelati a sostanze chimiche tossiche. Il Chaco boliviano è una zona arida caratterizzata da temperature estreme e siccità latente. Le comunità temono la contaminazione dell’unica fonte idrica accessibile, il sistema acquifero transfrontaliero Yrenda Toba Tarijeño.
I progetti di perforazione insistono su aree protette, come l’Area Municipale Protetta Héroes del Chaco, minacciando la biodiversità e la sovranità territoriale delle comunità indigene locali.
Inoltre i movimenti accusano le autorità di ipocrisia climatica. Da un lato la politica boliviana esalta storicamente la retorica dei diritti della Madre Terra (Pachamama); dall’altro promuove l’estrattivismo fossile non convenzionale a forte impatto ambientale.
La resistenza al fracking si muove sia a livello legale e locale, sia su palcoscenici internazionali:
La Fundación Solón e TierrActiva hanno coordinato i primi grandi manifesti e la “Dichiarazione contro il Fracking in Bolivia” per informare l’opinione pubblica sui costi ecologici della tecnica.
Delegati del movimento (esponenti di TierrActiva e della Piattaforma Boliviana sul Cambio Climatico) hanno denunciato i rischi del fracking davanti al Tribunale Internazionale per i Diritti della Natura.
La vittoria più significativa del movimento è stata ottenuta a Macharetí, dove le comunità locali sono riuscite a includere il divieto esplicito del fracking all’interno dello Statuto Autonomo del comune, blindando legalmente il territorio dalle trivellazioni.
L’intensità del dibattito sul fracking è strettamente legata alla crisi energetica ed economica della Bolivia, caratterizzata dal drastico calo delle riserve storiche di gas naturale convenzionale e da una forte carenza di carburante.
Con il cambio di governo del 2025 e l’agenda neoliberista del presidente Rodrigo Paz Pereira — volta a deregolamentare il settore minerario e ad aprire le riserve naturali all’esplorazione di idrocarburi per attrarre capitali — le tensioni si sono riaccese. I movimenti sociali e agricoli hanno risposto con blocchi stradali e proteste per difendere i territori protetti.

