Il Cile abroga l’eredità di Pinochet

il: 27 Ottobre 2020

A quarant’anni dall’emanazione della carta costituzionale voluta dal regime militare di Pinochet, il popolo cileno si è espresso a favore di una nuova carta costituzionale. Il referendum organizzato durante la giornata del 25 ottobre ha visto il 78% degli elettori concordi con il nominare una nuova costituente. Inoltre, i cittadini cileni hanno votato per un secondo quesito, ovvero se decidere per un’assemblea totalmente eletta dai cittadini o per una di tipo misto con una percentuale di parlamentari nominati al suo interno. La prima opzione ha avuto di gran lunga la meglio sulla seconda, raccogliendo il 79% dei consensi. La futura assemblea avrà una caratteristica unica al mondo: dovrà essere formata da un pari numero di donne e uomini in modo da garantire la parità di genere. Allo stesso modo, sarà riservata una quota di rappresentanza ai popoli indigeni del paese.

Il referendum è solo la prima di varie tappe che porteranno alla nuova costituzione. Gli elettori saranno richiamati alle urne l’11 aprile del prossimo anno per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. Quest’ultima si riunirà per la prima volta a maggio 2021 e avrà tempo 12 mesi per raggiungere una proposta di costituzione approvata dai 2/3 dei suoi componenti. Infine, la nuova carta sarà sottoposta ad un “plebiscito di uscita” (in modo da ricevere una ratifica popolare all’accordo) nell’agosto 2022.

Festeggiamenti a Santiago

Questa è stata la prima volta nella storia del Cile nella quale il popolo ha potuto decidere riguardo alle sorti della carta fondamentale del paese: le tre costituzioni cilene finora esistite sono state infatti tutte pensate ed approvate da commissioni designate dai diversi esecutivi in carica. Un dato fondamentale per capire l’importanza di questo incontro elettorale è l’affluenza al voto, la più alta dal ritorno alla democrazia nel 1989. La sfida della nuova Assemblea costituente sarà ora di rispettare la schiacciante maggioranza del popolo cileno che esprime la necessità di un cambiamento radicale. Ciò significa che nell’Assemblea si avrà bisogno di una maggioranza dei partiti favorevoli al cambiamento, in modo tale da non rimanere con le mani legate dalla regola del quorum dei 2/3 dell’assemblea.

Il referendum -inizialmente programmato per il 26 aprile e posticipato a causa del coronavirus- è il risultato di un accordo firmato il 15 novembre 2019 dalle diverse forze politiche in parlamento in seguito alle proteste popolari che hanno interessato il Cile a partire dal 19 ottobre 2019. La scintilla che aveva fatto scoppiare la mobilitazione popolare era stato il rincaro del prezzo della metropolitana di Santiago. La protesta era continuata nonostante il dietrofront fatto dal governo riguardo il rincaro. Difatti, le vere ragioni del malcontento popolare erano ben altre. In Cile il 37% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% della popolazione, e allo stesso tempo i servizi primari e le risorse naturali sono fortemente privatizzati. Quest’ultima è anche dovuta alla vigente costituzione, la quale non garantisce un forte interventismo dello stato per quanto riguarda i servizi basici.  La privatizzazione di settori come quello della salute e dell’educazione, ma anche di luce e acqua potabile furono un pilastro importante delle politiche sociali introdotte dal regime militare di Pinochet, e continuano a sopravvivere tutt’oggi grazie ad una costituzione che –seppur più volte modificata– rispecchia ancora il vecchio governo autoritario.

L’eredità costituzionale di Pinochet è probabilmente il problema più sentito da parte dei cileni. L’avere ancora in vigore la costituzione del dittatore rispecchia la problematica del vero superamento del governo militare in Cile. Nonostante Pinochet lasciò il potere nel 1988 a seguito di un plebiscito popolare, non venne mai realmente processato grazie all’immunità parlamentare di cui godette fino al 2004 (morì nel 2006). In questa cornice, abrogare la costituzione di Pinochet rappresenta un passo avanti verso il reale superamento della dittatura. Per molti cileni non è solamente il contenuto della costituzione ad essere sbagliato, ma lo è anche la sua origine, che de facto la rende illegittima all’occhio di una grossa fetta di popolazione. La transizione democratica non è coincisa con una reale resa dei conti con il passato autoritario del paese, il quale è sempre rimasto presente durante le decadi passate. Le proteste dello scorso anno devono essere lette anche sotto questa lente, ovvero come la volontà del popolo cileno di finalmente dover solo ricordare Pinochet come un dittatore, torturatore e assassino grazie ad una memoria storica condivisa, senza dover più fare i conti con le sue politiche e la sua costituzione ancora oggi presenti nella realtà del paese.