Nel nome del padre

il: 14 Ottobre 2025

Articolo uscito per la Nuova Ecologia di settembre

di Francesca Caprini

Le mani che fanno quel gesto antico, s’infilano fra le foglie verdissime degli aranci, dei bergamotti, dei cedri, e staccano i frutti, che emanano il loro aroma avvolgente.

Loro, i ragazzini, s’arrampicano per giocare su quegli alberi imponenti, che il padre conosce meglio di loro. “Un padre che parlava poco, ma diceva molto”,racconta Sharif: “Uno ad uno, quegli alberi li conosceva quasi avessero un nome e di cui il più giovane aveva almeno quarant’anni”. Un agrumeto passato per generazioni, lassù, nel Nord della Striscia di Gaza, in Palestina, a Beit Hanoun, la cittadina roccaforte della resistenza, amministrata da Hamas, bombardata decine e decine di volte dall’Esercito Israeliano e che dal 2006 è stata teatro del cosiddetto massacro di Beit Hanun: diciotto morti palestinesi, soprattutto donne e bambini colpiti nel sonno da un carro armato israeliano;  l’allora Primo Ministro Olmert lo aveva definito seccamente “un errore”.

“La chiamavano la padrona di Beit Hanoun”, racconta Sharif Hamad, attivista gazawi, ingegnere meccanico, diplomatico, filosofo, ricordando la terra della famiglia: ettari ed ettari di terra meravigliosa, coltivata dal nonno di Sharif e regalata a Zakarya, il padre di Sharif e primogenito, che al contrario degli altri 4 figli maschi – andati in Spagna e Germania a studiare – voleva fare il contadino. Ogni dunum (unità di misura araba, corrispondente a circa un ettaro) conteneva circa 40 alberi. La terra della famiglia  fra gli 85 e i 100 dunum. Immaginati la distesa di agrumi, quanti erano, quanto profumo”.

Il profumo. Sharif ci viene a trovare a Trento ad aprile, e durante una serata pubblica al Centro Sociale Bruno – organizzata per presentare una campagna in sostegno del progetto Water for Gaza (vedi box sotto) – ci racconta della sua infanzia e adolescenza, di quando giocava a basket con i suoi fratelli, e poi, giornate intere fra gli alberi. Ci sono delle fotografie, che proietta sul maxischermo della sala, “fra le poche rimaste, le altre sono tutte bruciate”. Alcune diapositive sono ingiallite dal fuoco, hanno riflessi strani che non spengono nell’immagine, il sorriso di quei ragazzi allegri vestiti sportivi in mezzo ad aranci monumentali.

“Mi ricordo noi, i miei fratelli, mia madre, e mio padre, chiusi dentro casa , mentre il bulldozer israeliano distruggeva uno dopo l’altro, gli alberi di aranci, i cedri, i limoni. MIo padre Zakarya stava in silenzio, quasi riconosceva dal rumore quale albero stavano sradicando, attraverso il suono straziante di un albero spaccato che per lui era una voce chiara. “Mi sento in colpa, figlio – diceva – là fuori sta succedendo la cosa più terribile, e io sono inebriato dal profumo dei miei alberi”.

 “Non c’è più niente, di tutto quello che si vede in queste foto”, dice Sharif. 

Solo una palma alta, altissima, è rimasta a vegliare quello che era un paradiso, il loro, quello della grande famiglia Hamad di quasi 40 persone. Non c’è più casa, non c’è più agrumeto, non c’è più allegria, non c’è più Zakarya, il padre di Sharif, che muore dopo pochi giorni dal nostro incontro a Trento, in una tendopoli bollita di sole e di fame, lui con l’enfisema, senza medicine da mesi; la madre e le sorelle minori sono ancora laggiù,dove la vita è stare in fila:”per l’acqua, per un po’ di cibo, per una medicina, ormai impossibile da trovare. 

“Come stai papà?” gli chiedeva Sharif al telefono, le poche volte che riusciva a parlargli. “Che ti devo dire figlio? non c’è una sedia dove stare, non c’è un muro dove appoggiarsi. Aspetto, aspetto sempre. Una bottiglia d’acqua, un po’ di farina. Ho male alla schiena, ho male alle gambe. Che ti devo dire figlio? In fila, sono sempre in fila per qualche cosa”. Zakarya fumava tantissimo, prima, quando lavorava, perché aveva fatto anche il muratore per Israele, e “ i muratori fumano molto”. Ora una sigaretta costa 80 dollari, nella Striscia, nelle tendopoli. “E’ un mercato della morte, questo mercato della guerra”, diceva Zakarya. “E’ il mercato con le sue regole, papà”, rispondeva Sharif. Nemmeno un ultima sigaretta, per Zakarya, morto in piedi, con dignità, e non sotto le bombe. 

Come stai Sharif? “Come sto? Sto male, ma sto bene. Sto bene, ma sto male”. 

Chiamiamo Sharif al telefono, appena saputa la notizia della morte di suo papà, mentre sta nella sua casa a Siena, dove vive dal 2017. Oltre che ingegnere meccanico, un militante per la Palestina, Sharif è anche cooperante – collabora con Un Ponte Per – e lavora da qualche anno per l’Arci come mediatore culturale. Era arrivato in Italia per finire di laurearsi. Non è più riuscito a tornare in Palestina, e non ha potuto salutare suo padre:“E’ una settimana che sto in casa. Guardo la foto di mio padre, che ho fatto incorniciare e ho messo sul muro. A fianco ho appeso la foto di mio fratello Raed, ucciso da un bombardamento nel 2021. Ora stanno assieme. E io con loro. Forse anche questo è Palestina”.

“Le fotografie, quando sei in guerra e ti portano via tutto, sono un tesoro inestimabile. Avevo una nipote, a cui ero legatissimo, e lei a me. E’ rimasta uccisa in un bombardamento nel 2014, si chiamava Adina. Con lei sono morti il padre, due zii, una moglie degli zii. Di lei non ho più un immagine. E questo fa parte della strategia: loro, gli occupanti sionisti, vogliono cancellarci”.

Mentre stiamo parlando, arriva la notizia della risposta di Israele all’attentato che qualche giorno prima aveva ucciso 7 soldati israeliani a  Beit Hanoun: “un attentato rivendicato da Hamas, che per noi è espressione della resistenza armata di un popolo oppresso da decine di anni”- Su al-Tuffah, uno dei quartieri più  densamente popolati della città, sono state sganciate quasi quaranta bombe. Ormai la città è come un enorme scheletro di polvere e detriti. Là, dove Sharif aveva vissuto giorni felici, la sua casa è stata bombardata quattro volte. Dopo ogni distruzione, recuperavano materiali, ricordi, e appunto, le foto. Poi, sono dovuti andare via, sparpagliati fra le decine di tendopoli più o meno ufficiali che esistono a Gaza. 

“La crudeltà non mi stupisce. E’ inenarrabile. Ma non mi stupisce. Israele vuole disrtuggere la nostra identità”. Ed è dovuto esistere un  genocidio perchè la Palestina esistesse a gli occhi del mondo.Non è certo dal 7 ottobre che è iniziato questo tentativo di sterminio, sono 18 anni che veniamo bombardati, sono ottant’anni che siamo occupati. Chi dice che la Storia si sta ripetendo, chi fa paragoni con il nazismo, non ha capito niente. La retorica del popolo ebraico e via dicendo, è solo un’enorme ipocrisia. C’è un tentativo da parte di Israele, della Nato dell’Occidente, di disintegrare la resistenza palestinese, perchè dietro c’è il grande disegno geopolitico occidentale e statunitense dell’occupazione e del potere mondiale.

Prova, questo giovane uomo di 41 anni, dagli occhi verdi – “mia nonna aveva gli occhi chiari, forse abbiamo sangue beduino” – a tradurre il dolore immenso che sta provando, e ci fa viaggiare all’interno di una specie di flusso di coscienza estremamente filosofico – “io mi sveglio ogni giorno per dare significato alle cose, sennò non saremo nulla” – dove la dimensione della resistenza e quella del lutto personale, s’intrecciano continuamente: “La mia profondità è aumentata – racconta – devo trovare cose che mi fanno andare avanti. devo trovare la forza dentro di me. Come sto? Non mi posso permettere di deprimermi, devo andare avanti anche per gli altri”.Zakarya, due giorni prima di morire, aveva espresso il desiderio di tornare al Nord, a casa. Aveva paura dell’impegno politico di questo figlio politiicizzato, che andava in giro per l’Italia e per l’Europa a perorae la causa Palestinese, quindi non si era mai espresso apertamente. Ma – forse sentendo la fine vicina – avrebbe voluto tornare a Beit Hanun: “Sto morendo ogni giorno, figlio. Per la fame, per il freddo, per il caldo. Andiamo al Nord”.

Sharif guarda fuori dalla sua finestra toscana e vede le case, i monumenti di Siena, e dietro le colline. I suoi 4 figli sono con la moglie in Egitto, dagli altri nonni, che hanno dovuto pagare 10.000 

euro per scappare dalla guerra. “IO voglio che i miei figli parlino arabo, corrano liberi per le strade, che non dimentichino le loro radii, sono contento che siano con gli altri nonni. Poi fa silenzio, per un po’: “Sai cosa amo di più, quando giro qui intorno? I covoni di paglia. Quando vedo le balle di fieno, il grano raccolto, mi pare che sia l’immagine più antica dell’umanità. Guardo il sole che tramonta sul grano, penso a mio padre contadino”. 

MA PIÙ DIVENTA chiaro che Hamas non smetterà di compiere azioni militari come quella di lunedì, più aumenta l’intensità dei bombardamenti. Si tratta di attacchi che causano quotidianamente decine di vittime civili. Israele colpisce sempre più spesso le tende dei profughi, i campi affollati, gli edifici residenziali, le scuole delle Nazioni unite, gli ospedali. Ieri tre palestinesi, tra cui un neonato, sono stati uccisi nel bombardamento di un appartamento residenziale ad al-Shati. Nel quartiere densamente popolato di al-Tuffah, gli aerei hanno sganciato decine di bombe, causando quello che a molti è parso essere un forte terremoto. Intere aree sono state appiattite e i soccorritori non sono riusciti a raggiungere la zona per la presenza dei quadricotteri militari che sorvolavano l’area. Non si sa di preciso quante siano le persone morte e quelle intrappolate sotto le macerie.

L’UFFICIO di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni unite (Ocha) ha fatto sapere che la mancanza di carburante ha raggiunto un livello critico. Il poco che rimane è già utilizzato per le strutture umanitarie e le operazioni essenziali ma anche quello si sta ormai esaurendo e non esistono più scorte. Se Israele non consentirà immediatamente l’ingresso di carburante, avverte l’Ocha, a breve ci sarà un forte aumento dei decessi. Anche gli ospedali hanno terminato le riserve.

Martedì nuovi ordini di evacuazione sono stati emessi per Khan Younis, soprattutto per i campi tende degli sfollati. L’Onu ha spiegato che le aree in cui alla popolazione è consentito rimanere rappresentano il 15% della superficie di Gaza. E che continuano a restringersi e a frammentarsi, rimanendo isolate e poco sicure.

INTANTO, le persone continuano a morire nei pressi delle aree gestite dalla Ghf. Ieri la fondazione israelo-americana ha chiuso senza alcun avviso l’unico sito nel centro della Striscia, obbligando migliaia di persone a camminare per chilometri verso il sud. Documenti riservati ottenuti dalla Cnn dimostrano che i funzionari di Usaid hanno espresso enormi preoccupazioni sulle capacità della Ghf pochi giorni prima che Trump decidesse di finanziarla per trenta milioni di dollari. La proposta della fondazione «era dolorosamente priva di contenuti pratici», ha dichiarato una fonte. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo ha constatato una carenza totale di «dettagli basilari», ad esempio un piano per distribuire il latte in polvere in zone in cui manca l’acqua potabile. Un altro bambino, Salam Wadi, di sei mesi, è morto per la malnutrizione causata dal blocco israeliano di cibo e beni essenziali che va avanti dal 2 marzo.

NELLA CISGIORDANIA occupata proseguono a ritmo impressionante le demolizioni di case palestinesi e l’allargamento delle colonie israeliane. Nella prima metà del 2025 le forze di Tel Aviv hanno distrutto all’incirca 588 strutture. Ieri tra Ramallah, Gerusalemme e Nablus sono state abbattute 8 case e due strutture agricole. Intanto, i coloni hanno trasportato a Hebron, sotto la protezione dell’esercito, diverse case mobili, poi posizionate nei pressi della colonia di Tel Rumeida, che si allarga sopra le terre palestinesi confiscate. A Nablus gli israeliani hanno occupato nuovi terreni posizionandoci tende e greggi. Dall’inizio del 2025 i coloni hanno istituito 23 nuovi avamposti.

QUI LA CAMPAGNA WATER FOR GAZA CHE APPOGGIA YAKU CON UN PONTE PER https://unponteper.it/it/acqua-per-gaza-il-futuro-dopo-la-tregua/