Dalle Alpi alle Ande, la missione medica

il: 23 Marzo 2026

L’aereo da Bogotà a Saravena è di quelli con le eliche, un bimotore che sembra d’altri tempi. Quando mi siedo al mio posto, nella stretta fusoliera, al mio fianco c’è una giovane indigena, schiva, con un neonato in braccio che invece mi sorride.

Andrea dorme abbracciato alla sua borsa di pezza piena di ogni suo bene: microfoni, registratori, deadcat, pelosi microfoni antivento (mai nome fu più azzeccato) per realizzare l’audio documentario del nostro viaggio nel territorio sagrado del Popolo Nación U’wa.

Pietro sta al finestrino a guardare cirrocumuli, lui farà invece foto e video. Enzo, referente legale e fondatore di Yaku, ha gli occhiali scuri e come sempre non si fa decifrare.

Saravena è la porta della regione d’Arauca, un nome ricorda battaglie di libertà, gli araucani di Isabelle Allende, l’indipendenza. Per noi è l’inizio del nostro progetto di cooperazione con el Pueblo Indigena U’wa, insieme all’Ospedale Interetnico di Cubarà, una piccolo miracolo di struttura sanitaria che si occupa di primo soccorso e ha un punto nascite, ma ha messo molte energie nel dialogo con il Popolo U’wa: le scritte sono in doppia lingua, infermieri e medici che parlano u’wa o lo sono. E’ un ospedale che all’esterno ha murales colorati, la sala parto per le donne indigene è dipinta con disegni ancestrali,l’ostetrica u’wa accompagna le donne con canti tradizionali. Noi siamo li per un progetto sull’emergenza malarica, ma come vedremo, c’è molto altro.

Il piccolo al mio fianco si è addormentato nelle braccia della madre, che cerca di calmare il suo sonno agitato con dei colpetti leggeri fra le sopracciglia. L’aereo rolla parecchio, soprattutto quando attraversiamolo strato nuvoloso, sembra di bucare una coperta di lana. Dall’altra esplode la potenza delle pianure araucane: i fiumi grandi, marroni, dilatati e contorti come i corsi d’acqua liberi sanno fare; le distese delle foreste così a perdita d’occhio che si allargano le proporzioni, il sole che rimbalza contro lle superfici e le fa brillare: pietre, tetti di lamiera, acqua che diventa metallo.

Atterriamo un po’ alla Bianca e Bernie nella stretta pista d’atterraggio, la giovane indigena non mostra paura, come ci fosse abituata, ma stringe suo figlio più forte. L’aereo – un Beechcraft 1900, come ci informano all’altoparlante le autorità della Fuerza Aeroespacial Colombiana – è un veivolo militare, “adatto ad operazioni di polizia in zone complesse”. Avevamo letto che un mezzo come il nostro pochi giorni prima si era schiantato nel Catatumbo, nessun sopravvissuto, forse un attentato.

I nostri compagni di viaggio sono tutti militari, nessuno caccia mezzo sorriso. A parte noi 4 italiani colorati e stupiti, e la donna U’wa, viaggiano solo soldati.

Scendiamo dall’aereo, e l’aria gonfia e umida s’attacca alle spalle e spinge la testa verso terra. Strizziamo gli occhi per la luce spillata che infilza le pupille. Aiuto la mamma indigena che ha il bambino e due sacchetti. Lei non mi parla, ma vedo che un poco si fida. Nel parcheggio del piccolo aeroporto di Saravena – siamo al confine col Venezuela, terre piatte, calde sotto ogni punto di vista – c’è Roberto, il chofer (autista) dell’ospedale che ci è venuto a prendere. E’ un allegrone, ci abbracciamo perchè ci conosciamo dalle visite degli anni scorsi, non ci sono tanti bianchi che transitano da queste parti.

Mentre camminiamo verso il PickUp di Roberto, vedo la ragazza rimanere lì da sola, immobile sotto il colonnato dell’aeroporto col bambino, le borse, lo sguardo fisso.senza quasi espressione.

Torno indietro, le tocco un braccio: “Cubarà?”, le chiedo, fa cenno di sì con la testa. Mi segna le cose con lo sguardo – prendimi i sacchetti, mettili li. Non lascia mai il neonato, che continua a sorridere ed è un bambinone grande, lei avrà forse 16 anni. Mi cade lo sguardo sui suoi piedi, sembrano quelli di una bambina. Apro la mano, sono quasi uguali.

Sul mezzo dell’ospedale, con l’aria condizionata a temperatura artica mentre fuori la natura periurbana è polverosa e triste, la voce di Roberto tenta di sovrastare – senza riuscirci – le strazianti canzoni di vallenato che escono dalla radio: “Come state, bentornati, ah qui c’è stato un attentato la settimana scorsa, la guerriglia (Eln – esercito de liberacion nacional – Ndr) con i droni, si sono modernizzati”. Welcome in Arauca.

E poi ci racconta:” Questa ragazza la conosco, il figlio che tiene in braccio stava morendo di polmonite, qui non abbiamo attrezzature, l’abbiamo mandata a Bogotà”. Il bambino continua il suo lavoro di neonato felice, fa versi, ciuccia il latte, dormicchia. Immagino lei, che non parla spagnolo, che non mette le scarpe, mai preso un aereo; che si è presa suo figlio ed ha attraversato la Colombia e per un mese in un ospedale enorme, non l’ha lasciato mai. Penso ad un ospedale che richiede un’assicurazione sanitaria perché in Colombia non esiste una sanità realmente pubblica; che Cubarà non ha medicine per una polmonite. E guardo il piccolo che ha vinto la sua battaglia, e nelle fossette delle sue guance infilerei le mie lacrime.

Quando arriviamo a Cubarà, scendiamo di fronte ad una tienda, uno di quei negozietti che vende ogni cosa; capisco che la mia giovane amica ha fame, mi indica con gli occhi ciò che vuole. Vedo i suoi occhi illuminarsi e pronuncia la sua prima parola: “Gazeosa!”. Ah ma allora parla!, penso ridendo. Dio, è una bambina pure lei.

Le prendo un’aranciata, dei biscotti. Lei se ne va senza voltarsi, con l’enorme bimbo avvolto nella coperta di pile e le borse sulla testa.

Non ci siamo dette il nostro nome, ma so che in qualche maniera abbiamo avuto una rispettosa comunicazione.

Il giorno dopo, camminando per Cubarà, tanti mi indicano, mi sorridono: ”Eres la chica que ha ayudado nuestra hermana”, mi dicono. “Si, le abbiamo dato un passaggio”.

Mentre scriviamo l’Iran prende fuoco, ma qui tutti i giorni da cinquant’anni muore qualcuno ammazzato dalla faida oscena di chi vuole accaparrarsi terre, petrolio, acqua, legname, piante medicinali, vita. Andiamo all’Ospedale per organizzare la missione medica in quattro comunità u’wa. Incontro di nuovo lei. MI dà suo figlio perché lo tenga in braccio.

A volte succedono piccole poesie, di vite che s’incrociano.

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“Guanjaro Guanjaro!”. E’ il saluto U’wa per dire buongiorno. La prima comunità U’wa che visitiamo è Rotarbaria, a qualche ora da Cubarà, che è la cittadina alle porte del resguardo, il territorio indigeno.

Per entrare nel territorio indigeno bisogna avere tre permessi: quello dei werkajà, coloro che armonizzano la dimensione spirituale, vivono nel cuore della foresta, sono intoccabili. Noi siamo riowa, bianchi, impuri, pericolosi, i nemici. Quasi nessuno di noi può entrare nel territorio, noi di Yaku – amici da anni degli U’wa, siamo fra i pochi ammessi.

Poi c’è AsoUwa, il parlamento inidigeno, la parte politica, che ci accompagna con le Guardie Indigene, i controllori del territorio. Infine c’è il cabildo minor, il (o la) referente della comunità.

Con questo triplo permesso, arriviamo a Rotarbaria, che rispetto ad altre comunità ha qualche struttura d’appoggio: un’aula scolastica, una cucina, la casa della sabiduria, la grande capanna rotonda con il tetto di foglie per gli incontri comunitari.

Accompagnamo la “Brigada de Salud” dell’Ospedale di Cubarà, una piccola unità sanitaria che si muove con ospedali da campo, a volte con le jeep, più spesso a piedi e a dorso di mulas (gli indispensabili muli) per raggiungere comunità lontane Rotarbaria è una di quelle dove arriva la strada, la nostra missione inizia con cose semplici.

Dai furgoncini scendiamo in venti, fra medici e infermieri – di cui alcuni u’wa – noi cooperanti e aiutanti vari. Ci sono già almeno 200 persone che aspettano. Sono arrivati camminando per ore o giorni. Ad alcuni abbiamo dato un passaggio noi lungo la strada.

Appoggiati ai muri della scuola, dove c’è ancora un filo d’ombra, mentre il sole dell’ecuatore allarga i raggi nell’umidità della foresta, molte madri e tanti figli. I più piccoli stanno appesi ad una fettuccia che le donne si mettono sulla fronte e che passa poi sotto la schiena dei bambini, da cui partono grandi foglie per fare loro ombra.

Gli u’wa sono uno dei popoli indigeni più numerosi della Colombia. Sono conosciuti un po’ ovunque, sono un simbolo di resistenza e lucidità politica. Un gran peso da portare.

La loro lotta contro le multinazionali del petrolio ha fatto scuola e anche giurisprudenza, l’immaginario quasi eroico delle loro occupazioni pacifiche, mentre affrontavano a mani nude esercito e trivelle è storia. Sono i guardiani dell’equilibrio. Ma hanno anche bisogno di cure, medicine, cibo, appoggio internazionale.

Medici e infermieri si sistemano nella scuola, organizzano spazi per le prove rapide per la malaria, le pese dei bambini, il dentista, l’ostetrica, la distribuzione di medicinali. Noi ci presentiamo con l’avallo del cabildo, per le prime ore cerchiamo di essere trasparenti, non vogliamo creare disagio. Io faccio una cosa per cui un po’ mi vergogno, ma pace, me l’hanno detto quelli della Guardia Indigena: tiro fuori caramelle. Di tutti i colori, piene di zucchero, sicuramente l’equipe dei dentisti non sarà d’accordo; ma i bambini cominciano a sorridere e ad avere meno paura. Sono bianca, bionda, giro con gli scarponi, mi spruzzo l’autan, ho una macchina fotografica. Sono praticamente un’extraterrestre per loro, che quasi mai vedono gente bianca. Però questo sono .

Mi siedo in un angolo e dopo poco qualche piccino arriva curioso, qualche gioco, aiuto un po’ le infermiere, giro con la maestra u’wa che mi racconta, prepariamo la olla comunitaria (la pentola comunitaria): c’è meno distanza. Mi siedo, mentre tutti mangiano sparsi e guardo dove sto: le donne con la cocora, il cappello di foglie per mostrare la prima mestruazione. La lingua u’wa, così musicale; il bosco potente che spinge con i suoni, uccelli colorati, riflessi di luci. Dove sono? Nel centro della terra, il Mundo Centro.

Ad affondare gli artigli nei miei pensieri ci pensa la situazione sanitaria: è una sberla la pancia gonfia dei bambini, quasi tutti. Hanno fame, diobono, fame. Parassitosi, anemia, malaria. C’è chagas (tripanosomiasi americana), uno schifo di cimice che passa una malattia che dà cardiopatia. Febbre gialla, dengue, tutte malattie che una volta non erano così diffuse, è che piove troppo, maledetto cambiamento climatico. E fa anche troppo freddo, per loro. Non sanno più quando raccogliere i frutti, le piante medicinali. La fame è difficile da vedere.

E poi siamo in Colombia, c’è la guerra. Nella foresta degli U’wa passano esercito e guerriglia dell’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), ad altri attori armati, che con la crisi venezuelana, hanno aumentato la concentrazione proprio in quelle zone.

C’era questo bambino, avrà avuto due anni. Mentre la mamma, con pazienza da madre, cercava di fargli fare un piccolo prelievo del sangue, lui mi guardava. Non piangeva. Una dignità india che perfora.

Gli abbiamo distrutto il paradiso. Non si può fare finta di niente.

La prossima settimana saliremo in montagna. Inizieremo il cammino sagrado con gli U’wa nelle terre alte, quelle sotto il loro ghiacciaio, Zizuma, per gli altri, El Cocoy.

Francesca Caprini 2 marzo