Mentre le nostre montagne sono attraversate – e forse stremate – dalle Olimpiadi, io e i miei compagni di Yaku ci imbarchiamo verso la Colombia, verso altre montagne, verso le Ande, verso la Sierra Nevada del Cocuy, nel Nord Est del Paese.
Molti piani s’intrecciano, in questo ennesimo nostro viaggio in America latina, dove con Yaku – che in quechua vuol dire acqua – lavoriamo da molti anni insieme alle comunità locali indigene, contadine ed afrodiscendenti: c’e’ un progetto di cooperazione – emergenza malarica nel territorio indigeno U’wa, sostenuto dalla Provincia Autonoma di Trento; c’e´un cammino di molti giorni attraverso un sentiero ancestrale, per raggiungere comunita’ lontane. C’e’ una montagna sacra, il Ghiacciaio del Cocuy – per la popolazione originaria U’wa, Zizuma – minacciata dall’eterna ricerca di petrolio, dal turismo massificato, dall’accaparramento di terre – verso cui noi cammineremo, in un simbolico hermaniamento (fratellanza) fra montagne di parti lontane del mondo.
Zizuma, per gli indigeni U’wa, fa parte del “mundo blanco”, uno spazio intoccabile, che non deve essere attraversato dai passi degli esseri umani. E’ un punto di potere, un luogo di rituali e di forza. Ma segna anche il senso del limite dell’uomo, che non puo´avere l’arroganza di andare ovunque.
“Verra’ un tempo nel quale saranno spariti i boschi, gli animali, spaccate le montagne, fuggito il sole. E allora ci ricorderemo della bellezza della Madre Terra, ma lei si girera’ dall’altra e noi rimarremo soli con le nostre lacrime”, diceva Daris Maria Cristancho – rappresentante delle donne U’wa dalla cima della Marmolada, quando lei e il cantore Berito – lo sciamano e la voce politica -vennero in visita in Italia e in Trentino
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Era il 2011, ed eravamo in piena campagna per il referendum Acqua Bene Comune. In una visione di unione ed interscambio, come Yaku avevamo organizzato incontri e conferenze nelle quali gli U’wa denunciano alla comunita’ internazionale i continui attacchi da parte dello Stato e dei gruppi armati alla propria gente, stretta fra la guerra interna della Colombia e la rapacita’ delle multinazionali statunitensi verso la grande quantita’ di petrolio presente nel territorio ancestrale. E loro appoggiarono la nostra lotta contro la privatizzazione dell’acqua ricordandoci il nostro dovere di popoli di montagna: difendere questi ecosistemi fragili ed essenziali,recuperando quello rispetto e senso di appartenenza. Allora lo sciamano Berito aveva detto: “Non potete vendere l’acqua, e’ vostra madre”, e fece un rituale per collegare la Marmolada, che lui aveva sentito scarica di energia, al Cocoy: per gli U’wa i ghiacciai della terra sono tutti connessi, sono il cervello del nostro Pianeta; e gli faceva eco Padre Alex Zanotelli con le stesse parole:”L’acqua e’ la Madre, non possiamo vendere la madre”: due uomini, di due Paesi tanto lontani, che rappresentavano spiritualita’ diverse facendo vibrare le stesse corde.
Quando arriviamo in Colombia, ai primi di febbraio,il Paese e’ sotto elezioni,e’ sotto l’acqua – inondazioni imponenti hanno allagato molte regioni del Nord – ma come sempre, sopra le aspettative. Nella capitale Bogotà, a quasi 3000 metri le cose viaggiano veloci. Facciamo i primi incontri istiruzionali – con i ministeri, con le organizzazioni per i diritti umani, con qualche vecchio amico – e prepariamo la nostra missione di valutazione del progetto.Insieme a me c’e’ Andrea, che lavora per la Radio Svizzera e con il quale stiamo costruendo degli audio documentari per raccontare a missione, ma anche un po’ di Colombia. Arriveranno anche Pietro Cappelletti, fotografo e videomaker trentino, ed Enzo, progettista e referente di Yaku.
Il fermento politico e’ palpabile: il primo presidente socialista e progressista del Paese Gustavo Petro – dopo decenni di mandatarios di ultra destra, alcuni dei quali finalmente dietro le sbarre per crimini contro l’umaniita’ (come Alvaro Uribe) – sta finendo il suo mandato, e si stanno preparando le prossime votazioni. Con Petro, il processo di pace iniziato nel 2016 – quando la guerriglia delle Farc ha lasciato le armi ed e’ iniziato un coraggioso processo di pacificazione – ha fatto grandi balzi in avanti. Ma il conflitto interno, fra narcotraffico e guerriglie, continua sempre con molta violenza.
Dpve andremo nei prossimi giorni, nelle regioni del popolo U’wa, l’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln) non ha accettato di lasciare le armi. Siamo quasi al confine col Venezuela, e le recenti vicende contro Maduro hanno modificato la geopolitica della zona. Il cambiamento climatico ha poi peggiorato le precarie condizioni sanitarie degli U’wa e un’esplosione di malaria ha messo in serio pericolo la sopravvivenza dei più fragili, soprattutto i bambini.
Gli U’wa sono un popolo molto noto a livello internazionale, perche’ attraverso pacifiche ma tenaci lotte, ha continuato ad opporre ai tentativi di sfollamento, di accaparramento del proprio territorio sacro, il proprio ruolo nel mondo :”Noi siamo i guardiani della Terra. Dobbiamo ricordare a tutti che la Madre terra si deve proteggere, noi facciamo parte di lei”
Molti anni fa, il Popolo U’wa mi ha dato un nome: Aboswia, che e’ il nome di una laguna sacra, una specie di membrana fra due mondi. Vuol dire anche madre delle acque. In ogni caso, essere battezzata da un popolo, che ti da’ un nome, è qualcosa di forte, te lo senti dentro, e’ un richiamo, una lente attraverso cui guardare le cose con altre luci, altre prospettive.
A Bogota’ incontriamo Juan Tegria, il presidente del parlamentino indigenmo AsoUwa. Prepariamo la nostra missione, con la Brigata di Salute del piccolo ospedale locale – un medico, tre infermieri e un ospedale da campo -, con i guardiani della Guardia Indigena U’wa, che ci accompagneranno per tutto il tragitto. Andremo in quattro comunita’, partendo dai piedi del ghiacciao del Cocuy e da lì` scenderemo. Faremo un tratto del cammino sacro che ogni U’wa deve fare nella sua vita, e che attraversa le quattro fasce termiche del territorio ancestrale: dai 4000 metri dei ghiacciai, fino alle pianure. A Cubara’, la piccola cittadina poco fuori il territorio indigeno, prepareremo il cibo, i multi, l’acqua e il necessario per gli accampamenti. Per poter entrare nel resguardo, e’ stato chiesto il permesso alle autorita’ ancestrali: quasi nessun bianco ha mai avuto l’onore di entrare e camminare con gli U’wa.
“Ce’ una profezia – diceva Daris dalla Marmolada, quando il ghiacciao dolomitico era ancora integro e forse ci scrutava curioso: l’aquila, il mondo occidentale, e il condor, il mondo dei popoli originari, devono imparare a volare assieme per salvare la Madre Terra”.
E’ con questo spirito, dentro questa visione, che abbiamo modellato il nostro fare nella cooperazione internazionale: una lotta comune, uno stesso volo.
Francesca Caprini – 14 febbraio

