In Trentino si prospetta la quotazione in borsa di Dolomiti Energia, e quindi del servizio idrico integrato.
Un brutto deja vù di qualche anno fa, quando – all’indomani della vittoria referendaria Acqua Bene Comune del 2011 – i comitati per l’acqua pubblica del Trentino occupavano il Comune di Trento chiedendo a gran voce l’applicazione dell’esito del voto di 27 milioni di cittadine e cittadini che avevano chiaramente e consapevolmente espresso la loro idea di gestione del servizio idrico: in mano pubblica, con controllo sociale, con tariffe adeguate e con il rispetto per la collettività di un bene comune fondamentale ed imprescindibile per la vita.
I due quesiti referendari avevano dettato con chiarezza i parametri: fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua, rispondendo al tentativo di mercificare la gestione idrica portata avanti dal fu Berlusconi.
Oggi ci troviamo,quindici anni dopo, a dire con amarezza: “Noi l’avevamo detto”. La gestione dell’acqua andava ripubblicizzata subito con la creazione di un’azienda speciale come a Tione con buona pace di chi, come l’allora assessore Gilmozzi, sosteneva che un Spa In House fosse una gestione pubblica.
“L’abbiamo detto e ripetuto tante volte: la Spa in House non è la risposta che volevamo – si legge in un comunicato stampa del 2013 dei comitati acqua bene comune del Trentino – Come custodi dell’esito referendario Acqua Bene Comune, insieme a quelle 11.000 persone che in Trentino hanno detto no alla privatizzazione del servizio idrico e fuori i profitti dall’acqua, non possiamo avvallare l’ennesima manovra politica che si dimostra lontana dal reale meccanismo democratico, e fa dell’acqua una merce economica e di scambio politico. Se si può dire che, nel periodo di massima espansione dell’ideologia privatistica le SpA In House abbiano potuto rappresentare una sorta di argine al definitivo ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, oggi quell’argine è stato travolto: da parte dei movimenti per l’acqua che, prima con la legge d’iniziativa popolare, poi con 27 milioni di voti referendari, hanno ridisegnato un altro orizzonte, quello di una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato. Dentro questo scenario, anche le SpA a totale capitale pubblico vengono disvelate come soggetti privatistici (come dice il Codice Civile) il cui unico scopo è quello di produrre dividendi per gli azionisti: Il risultato è di conseguenza identico a quello delle gestioni private : torsione economicistica del servizio, con aumento delle tariffe, riduzione dell’occupazione, riduzione degli investimenti e aumento dei consumi di acqua. E con un “pubblico” che stravolge se stesso, espropriando i cittadini di ogni decisione, affidata ai Consigli di Amministrazione delle SpA.”.
Così scrivevamo 13 anni fa in un comunicato stampa del Forum Trentino dei Comitati per l’Acqua Pubblica, ed è oggi un sindaco di centrosinistra ad appoggiare necessità di quotare in borsa l’acqua di tutte e tutti.
La situazione geopolitica mondiale e le guerre ed i conflitti per dare ancora sostanza ad un tardo capitalismo produttore di policrisi, dovrebbe indicarci una direzione diametralmente opposta a quella paventata sui giornali in questi giorni: fatta salva l’incredibile mole di dati che indicano come la privatizzazione dell’acqua abbia solo fatto lievitare i costi per le cittadinanze – lo dimostrano anche le scelte di città come Berlino e Parigi, che dopo anni di gestione idrica in mano ai privati hanno ripubblicizzato – e messo in pericolo ambiente e società, essendo il profitto l’unico faro della finanziarizzazione di un bene comune, è proprio il sistema economico neoliberista che necessita di accaparramento di risorse e conseguente messa sul mercato delle stesse: si chiama estrattivismo, o più semplicemente speculazione.
Oggi Dolomiti Energia Holding SpA ha un azionariato a prevalenza pubblica e detengono la maggioranza (68,7%), la Provincia di Trento, il Comune di Trento e il Comune di Rovereto. Altre partecipazioni minori o tecniche risultano da AmAmbiente SpA, AGS Riva SpA (Alto Garda Servizi) e AIR SpA (Azienda Intercomunale). Entro il 2026, secondo l’interpretazione della attuali norme vigenti da parte della Provincia Autonoma di Trento guidata da una giunta leghista, per Dolomiti Energia Holding SpA sarebbe prevista una IPO (quotazione in borsa) con la vendita del 22% delle azioni, pur mantenendo il controllo pubblico.
L’ingresso di soci privati nella governance societaria potrebbe generare una pressione crescente per la massimizzazione dei dividendi, sottraendo risorse fondamentali agli investimenti necessari per il potenziamento delle reti, lo sviluppo delle rinnovabili e il rinnovo delle concessioni idroelettriche.
Poi ci sono gli ABC non solo dell’Acqua Bene Comune, ma di chi deve studiare. Il sindaco Ianeselli ad esempio, parla di quotazione in borsa che non è privatizzazione. E allora cos’è?
Le aziende quotate in borsa (vedasi A2A, Acea, Hera e Iren) la parte dei padroni la fanno i privati, ed è proprio la quotazione in borsa che fa fare profitti ai soci pubblici e privati.
Ad alcuni anni di distanza, oggi l’evoluzione delle grandi multiutility appare sufficientemente chiara e la creazione di grandi aziende multiservizio quotate in Borsa, che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete ( acqua, rifiuti, luce e gas) con un ruolo monopolistico in dimensioni territoriali significativamente ampie, hanno sono tutte contrassegnate da una logica spinta di privatizzazione e finanziarizzazione. La presenza pubblica si assottiglia progressivamente ed emerge l’intenzione che essa scenda sotto il 51%: la “nuova teoria” sarebbe che si può controllare l’azienda anche con percentuali inferiori alla maggioranza e, su questa base, la proprietà dei soci pubblici in Hera è scivolata infatti verso il 38% e analoghe scelte sono state compiute da IREN che per A2A.
Anche una proprietà pubblica di maggioranza non ha potuto dunque occultare la natura delle grandi aziende multiservizio quotate in Borsa: esse hanno come vocazione non quella di produrre servizi pubblici fondamentali, ma di “creare valore per gli azionisti”, e cioè di distribuire consistenti dividendi sia ai soci privati, che sono presenti appunto con l’obiettivo di realizzare profitti, sia ai soci pubblici, che trovano in questo modo risorse significative rispetto ai tagli che in questi anni sono stati compiuti nei confronti degli Enti Locali, a cui gli stessi Enti Locali non si sono opposti.
Inoltre, il margine operativo lordo, la cosiddetta “ricchezza” prodotta, è in forte crescita, soprattutto in questi ultimi anni, dal 2014 ad oggi, non a caso da quando, a partire dal servizio idrico, si è arrivati ad una nuova regolazione tariffaria che, in spregio ai risultati referendari, garantisce certezza e incremento di profitti.
E questa crescita va in primo luogo ad alimentare i profitti, visto che – e questo è un altro dato di grande importanza- l’incidenza degli investimenti realizzati rispetto al margine operativo lordo cala progressivamente sempre più, passando dal 58,6% nel 2010 al 40,2%
Il sostegno alla politica della distribuzione di forti dividendi in tutti questi anni, nonché il fatto che, pur diminuendoli, non si possono comprimere più di tanto occupazione e investimenti, ha fatto sì che queste aziende abbiano una situazione di indebitamento decisamente alto, praticamente pari al proprio patrimonio netto e con valori elevati anche rispetto al margine operativo lordo.
E’ questo il processo di finanziarizzazione che interessa anche queste aziende, il fatto cioè di operare in modo consistente nel mercato dei capitali e quindi di dover essere molto sensibili al corso azionario, che diventa così la variabile strategica delle scelte delle aziende stesse. A cui si accompagna un processo di deterritorializzazione, per cui gli Enti locali proprietari, anche per via dell’aumento delle dimensioni aziendali e conseguentemente della perdita di peso dei singoli Comuni, contano sempre meno nelle decisioni aziendali, oltre ad aver perso qualunque sapere rispetto a quello presente all’interno di questi grandi aziende.
Gli investimenti che si realizzano nell’insieme del servizio idrico sono di entità decisamente inferiore a quanto necessario e le tariffe sono aumentate. Questa è la rappresentazione plastica di quello che succederà anche in Trentino.
La peculiarità del settore idrico fa sì che occorrano ingenti
investimenti continuativi nel tempo; dall’altra, la strategia di privatizzazione del servizio provoca l’orientamento delle risorse prodotte nella gestione verso utili e dividendi, anziché verso gli investimenti.
INFATTI: nel periodo 2011-2023 le tariffe medie sono cresciute del 74,4% a fronte di un’inflazione del 25.8%, circa 3 volte tanto.
L’acqua è risorsa fondamentale per la vita e bene comune per eccellenza, e perciò non consegnabile alle logiche di mercato e di appropriazione privata. Occorre, però, costruire una seria inversione di tendenza rispetto alle scelte degli anni passati e riaffermare una volontà politica di gestione comune della risorsa, la stessa che è stata espressa con l’esito referendario del 2011 e che continua a rimanere un punto ineludibile per tutti.
E questa è una risposta sempre al sindaco di Trento che oggi, in un’intervista sul quotidiano il T, afferma: “Tutti i temi complessi sono inizialmente impopolari, da amministratore non posso, non potrei mai giustificare una mia omissione interessata se in ballo c’è il futuro del territorio”.
Ci pare di essere un passo avanti, non indietro, su questi temi. La complessità è ed è stata più che esacerbata da una società civile che su queste tematiche è andata parecchio oltre. Facciamo notare poi che mentre qui stiamo ancora a parlare di cosa sia proprietà e gestione e di privatizzazioni, in Colombia si è appena concluso un summit internazionale organizzato in connessione con i Paesi Bassi, con la partecipazione di oltre 50 paesi di tutto il mondo, dove – nella proposizione di superamento dell’economia del fossile – si definiscono termini e concetti complessi, che parlano di democratizzazione delle risorse in una visione sociopolitica che priorizzi le gestioni territoriali, con partecipazione sociale e fuori dal mercato.
Rispondendo poi al direttore de Il Dolomiti Pianesi, che sul suo giornale oggi fa sfoggio di una certa aggressiva erudizione, rispondiamo:
- La tiritera de ”l’acqua deve rimanere pubblica” è letteralmente fuffa. Possiamo sommessamente ricordargli che si parla di gestione? Forse no..
- La proprietà resterà in mano al pubblico e verrà messo nero su bianco nello Statuto. Le esperienze concrete (Vedi sopra) dimostrano come sia inevitabile che si ceda alla logica del mercato. Sono i dati che lo dimostrano, non le posizioni di questi poveri popoli del no che si ostinano a dire che l’acqua sia un diritto umano ed un bene comune (sciocchini che siamo)
- La quotazione in borsa serve a Dolomiti Energia a strutturarsi per poter trattenere proprio quegli asset fondamentali per il Trentino: le grandi multiutility del Nord Italia dimostrano chiaramente cosa significa andare in borsa: i profitti se ne vanno per i dividendi
- I miliardi di euro che serviranno a Dolomiti Energia ad aggiudicarsi le concessioni. Quindi si auspica che DE diventi come le grandi Multiutility del Centro Nord, la cui azione è determinata dalla concorrenza fra grandi gruppi finanziari, e quindi possiamo riassumere la loro azione verso i territori con “prendi i soldi e scappa”, perchè prevarrebbe la logica di reinvestimento della ricchezza pubblica nel gioco del mercato
C’è poi anche un aspetto etico: Iren fa affari con l’israeliana Mekorot, quella che per dirla facile, ha tolto l’acqua ai palestinesi e usa i profitti per fare armi; Acea è stata campionessa di distacchi dei servizi a chi non poteva pagare bollette sempre più care. E avanti così.
Vogliamo davvero che la nostra acqua diventi una merce in mano ai peggio affaristi a livello globale?
Come associazione Yaku, ci occupiamo da anni di accesso all’acqua come diritto umano ed ambientale da molti anni, lavorando in luoghi di conflitto dove popolazioni e comunità sono sotto attacco proprio per forme di watergrabbing, ovvero accaparramento di risorse idriche. Quindi è per lo meno miope pensare che a Trento le cose andranno diversamente.
Le soluzioni da individuare sono quelle che guardano all’Alto Adige, con una gestione del servizio idrico totalmente pubblica, o anche alla Toscana, dove in novembre la cittadinanza si è attivata per evitare un’operazione simile a quella paventata da DE, e attraverso anche lo strumento referendario (ad Empoli, nello specifico) un vivace dibattito del territorio ha fatto fare dietrofront a chi voleva una struttura societaria che, quotata, avrebbe legato in modo irreversibile la gestione dei servizi pubblici locali alle logiche del mercato finanziario.
Quindi, non si capiscono i toni di chi parla di cittadini inconsapevoli o addirittura ottusi, nel non vedere la grossa fetta di torta dei guadagni che ci stiamo facendo soffiare sotto il naso.
A noi pare che c’è chi deve guardare con attenzione ciò che succede nell’Italia dell’acqua in borsa:
- i Comuni non potrebbero più affidare il servizio con modalità in house, ma sarebbero costretti a bandire una gara europea alla quale DE stessa parteciperebbe in concorrenza con le altre grandi multiutility nazionali.
- Il rischio concreto di perdere definitivamente il controllo pubblico sulla gestione dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia, perché, di fatto, i beni e i servizi essenziali vengono utilizzati come strumento di finanza locale.
- Attraverso le partecipazioni nelle multiutility, gli enti locali incassano utili che derivano dalle bollette di acqua, rifiuti ed energia pagate dai cittadini attraverso aumenti delle tariffe. Quegli utili, che dovrebbero restare nei servizi o tradursi in tariffe più basse, vengono invece destinati a ripianare i bilanci comunali, diventando una fonte di entrate paragonabile a una tassa occulta. Si tratta di un meccanismo che funziona come una flat tax dei servizi pubblici: tutti pagano allo stesso modo, senza più alcun criterio di progressività, prelevando risorse direttamente dalle tasche dei cittadini — ricchi o poveri che siano — per finanziare spese comunali che dovrebbero essere invece sostenute in base al reddito di ognuno. In questo modo i servizi pubblici, trasformati in leve fiscali indirette, diventano inefficienti e perdono la loro natura di strumenti di equità e coesione sociale, scollegati da ogni principio di giustizia redistributiva.
Noi siamo per difendere il diritto delle comunità locali a decidere come gestire i propri beni comuni, a mantenere pubbliche le reti dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia, a preservare i capitali pubblici dall’ingresso di logiche speculative. E se servirà, ci mobiliteremo per il coinvolgimento della popolazione tutta, che ha diritto ad avere un dibattito serio e coerente su una questione così importante.
Perché difendere l’acqua pubblica e i beni comuni non è solo un diritto: è un dovere verso le generazioni future.
Yaku, Trento 15 maggio

